Anything to say? Intervista a Davide Dormino

Il docente Rufa racconta il suo progetto che sarà pronto nella primavera del 2015

La libertà d’espressione non dovrebbe conoscere limiti, perché solo se priva di vincoli l’arte può realizzare appieno le sue potenzialità. Eppure, ancora oggi, nonostante le infinite battaglie che gli artisti hanno portato avanti nei secoli, ci troviamo a discutere di censura, mettendo in dubbio la legittimità di un intellettuale di affrontare temi ritenuti scomodi dall’opinione pubblica. I fatti recentemente avvenuti al settimanale di Charlie Hebdo hanno fatto riaffiorare domande che si pensavano superate, riguardanti anche lo statuto dell’artista e la sua facoltà di esercitare la sua professione senza filtri per il buonsenso e condizionamenti esterni. A porsi le stesse domande è l’artista Davide Dormino, docente all’accademia Rufa, che ha deciso di utilizzare uno strumento tradizionale, la scultura in bronzo, per parlare di un tema di grande attualità, come quello dell’importanza per ognuno di noi di esprimere il suo pensiero, senza avere timore di metterci la faccia. L’argomento che ha dato spunto a Dormino è, nello specifico, la vicenda Wikileaks che ha scosso l’intero sistema politico internazionale, colpendo dritto al cuore il potere informatico, rendendo pubbliche informazioni segrete sulle più importanti vicende mondiali. Emblema di questo sovvertimento di potere, tre personaggi che hanno avuto il coraggio di divulgare documenti fino ad allora accessibili solo a pochi. Assange, Manning e Snowden che hanno pagato a proprie spese il coraggio delle loro imprese sono rappresentati da Dormino in piedi su tre sedie, parte di un’installazione in bronzo. Oltre a essere una scultura, quindi un’opera di per sé statica, il progetto si connota anche di un aspetto performativo, in quanto una quarta sedia è vuota, simbolicamente lasciata a chiunque voglia salire e guardare le cose da una diversa prospettiva rispetto a quella che normalmente ci viene imposta. Il progetto di Dormino sarà presentato in primavera a Parigi, in attesa di diventare un progetto itinerante, che coinvolgerà numerose capitali in giro per tutto il mondo.

Il tuo progetto, oltre a ricordare una vicenda che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della nostra democrazia, va a toccare temi di grande attualità. Qual è il messaggio che intendi lanciare e come pensi verrà accolto dal pubblico?
«Quello che vorrei è che le persone si interrogassero sul perché le tre figure sono in piedi su quelle sedie, con un atteggiamento fiero, vestite con tute e scarponi. Ma il vero interrogativo è soprattutto la sedia vuota, l’ invito a salire, a spostarsi, a esporsi a indossare la responsabilità, fosse anche solo per farsi una fotografia. Mi aspetto questo, spero che la gente capisca che per me rappresenta la libertà nel voler sapere le cose. Un messaggio sempre più attuale. È un’opera per la gente, tutta, e sarà proprio la gente a darle un valore per questo girerà le più importanti piazze d’Europa (per il momento) a partire dalla primavera del 2015. Per realizzare tutto questo però abbiamo bisogno che la gente sostenga quest’idea, attraverso una raccolta fondi che stiamo facendo utilizzando la piattaforma di crowdfunding Indigogo. Ognuno e’ libero di donare quanto vuole. Anche questo darà la misura del coinvolgimento delle persone. Anything to say? Vuole essere una scultura virale».

Che valore assume il tuo progetto oggi, alla luce dei fatti successi in Francia al settimanale Charlie Hebdo, che rimettono ancora una volta in discussione la questione della libertà di espressione?
«I recenti fatti di Parigi, oltre alla brutalità dell’azione compiuta, hanno riacceso un faro su quello che è un valore universale, la libertà d’espressione che compone la costituzione di tutti i paesi del mondo e che a volte ha bisogno di lasciare sangue a terra per essere ricordata. Non basta pronunciare la frase ormai celebre Je suis Charlie per mettersi in pace la coscienza. Bisogna fare di più, molto di più. Questa scultura può essere ambasciatrice di questo pensiero».

Quale ritieni debba essere il ruolo dell’artista nella società contemporanea?
«Il ruolo dell’artista nel mondo, dall’inizio della sua storia, oltre a quello di raccontare il proprio tempo e migliorarlo, è sempre stato quello di indicare una nuova visione legata all’uomo e ai suoi bisogni. L’arte nel senso più ampio è tale quando ci fa interrogare sulla nostra esistenza mostrandoci una nuova direzione possibile. Per tanto tempo la figura ha rappresentato un limite nell’espressione ma credo che oggi ci sia bisogno di più chiarezza nel messaggio e nella forma».

Arte e politica. Qual è il confine che l’arte non deve oltrepassare per non cambiare il suo status?
«L’arte può essere uno strumento a servizio della politica, mai dovrebbe essere uno strumento politico».

Hai definito il tuo progetto di “ordine filosofico”. Puoi spiegare in che senso?
«Anything to say? Celebra un gesto semplice, quello di salire in piedi su una sedia. La sedia è un elemento di uso quotidiano, confortevole, e spesso quando si sta comodi non ci si evolve. È l’azione che ci fa crescere, ci si arricchisce solo quando si cambia prospettiva o punto di vista. Quando si ha il coraggio di voler sapere la verità guardando altro. Il segreto è uscire dalla propria zona di confort e questa è filosofia di vita».

La tecnologia e i sistemi informatici sono stati protagonisti della vicenda Wikileaks. Tuttavia hai deciso di rappresentare Assange, Manning e Snowden attraverso la scultura. Da scultore, che ruolo hanno per te le tecnologie?
«Molti scultori usano la tecnologia per accelerare o semplificare i tempi di esecuzione o per sperimentare materiali o soluzioni, io non la uso nel mio lavoro. La uso per vivere, informarmi e tanto altro, penso che la tecnologia sia legata all’evoluzione, nessuno può farne a meno. Attraverso questa abbiamo esplorato nuove galassie o scoperto vaccini. La tecnologia è uno strumento nelle mani degli uomini. Lo studio, la ricerca, il sogno e il fare determinano come usarla».

A cosa si deve la particolare scelta di utilizzare il bronzo?
«Ho scelto di utilizzare un linguaggio scultoreo quasi ottocentesco per raffigurare questi 3 eroi della contemporaneità che stanno cambiando il corso della storia, come tanti eroi, poeti, viaggiatori o rivoluzionari di cui sono piene le piazze di tutto il mondo. La scelta del bronzo rafforza questo messaggio senza tempo, una tecnica antica che somiglia all’esplosione di un vulcano, una lega composta da rame e stagno che risale al 3.300 a.c. con cui le antiche civiltà costruivano le armi».

Di cosa ha bisogno secondo te l’arte di oggi?
«L’arte ha bisogno di mecenati illuminati, che producano progetti per il bene della comunità. L’arte ha bisogno di artisti che non siano schiavi del mercato, deve poter svolgere la funzione di una cellula staminale, rigenerare quello che la circonda».

L’arte può in una certa misura contribuire a cambiare le cose?
«Lo ha sempre fatto quando era vera arte».

Informazioni sul progetto