dal 11/11/2014 al 10/01/2015

Tipologia

  • Mostre

Consigliato per:

  • Pittura
  • Scultura

In equilibrio tra pittura e scultura

La galleria della Bocconi di Milano inaugura
On the surface, la personale di Livia Oliveti, studentessa della Rufa

Un percorso in bilico sul confine tra pittura e scultura, quello di Livia Oliveti, studentessa dell’accademia Rufa di Roma, vincitrice del premio Griffin, che espone fino al 9 gennaio alla galleria della Bocconi di Milano nella mostra On the surface, a cura di Ivan Quaroni. Un binario doppio in cui sembra esserci la possibilità di un incontro, laddove il colore prende forma addensandosi in materia e il materiale si appiattisce fino a diventare tela: «Mi sono sempre dedicata alla pittura – spiega l’artista – non l’ho mai abbandonata, ma sono profondamente attratta dalla tridimensionalità della scultura». La Oliveti ha iniziato con lo studio della pittura, per un anno si è dedicata alla scultura, per poi ritornare alla sua passione originaria, affiancando tuttavia all’uso tradizionale del pennello il non convenzionale utilizzo di altri strumenti. Prendono vita così superfici dense, corrose dal gesto a volte impulsivo con lavora il materiale, senza per questo svilirne l’estetica. Infatti, proprio quando la manipolazione si fa più brutale, viene fuori uno sprazzo di razionalità, che delimita le lacerazioni della superficie nell’ordine geometrico di una cornice: «All’inizio parte tutto dall’impulso, dal flusso creativo da cui mi lascio trasportare al momento della creazione. In un secondo momento entra in gioco la fase progettuale». Per lo più è il caso a giocare un ruolo fondamentale nel suo lavoro: «la materia non la puoi controllare.

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Gran parte del mio lavoro prende forma in fieri, molti aspetti li decido in modo intuitivo, senza avere in testa un’idea precisa ed è una sorpresa anche per me scoprire il risultato finale». Così, un po’ per caso, un po’ grazie alla spinta dei docenti della Rufa e dei suoi amici, Livia decide di partecipare al Premio Griffin, il concorso di arte che promuove i giovani talenti in Italia, sostenendo gli artisti nei primi anni della loro carriera. Così come un po’ per caso viene a sapere di essere arrivata tra i finalisti con un trittico fatto di ruggine e di turchese, che ha la matericità di un fondale scoglioso, e i colori e la fluidità delle onde. Flowing, questo il titolo dell’opera, parte da un blocco unico di polistirolo, lavorato fino a diventare qualcos’altro, diviso in tre parti per la necessità di dare un ordine al flusso incosciente del pensiero creativo. Al rigore compositivo si oppone l’informe materico, e la rappresentazione, seppure indefinibile, non perde il suo legame con il reale, pur rimanendo lontana dal figurativismo.
Chi guarda i suoi lavori può trovare talvolta una crepa, un rigonfiamento, un raschio, o semplicemente un qualunque richiamo alla realtà: «Sebbene non possa definire il mio lavoro figurativo, esso è profondamente connesso agli ambienti naturali. Gli stessi colori li prendo dal mondo che mi circonda». Curioso come ci si trovi ancora oggi, nell’era dei pixel e del digitale, a parlare dell’importanza del contatto con la materia, e ancor più curioso che se ne parli alla vigilia del centenario dalla nascita di Alberto Burri. Esemplare il fatto che ciò interessi le generazioni più giovani, come quella di Livia, classe ’91.
Le sperimentazioni della Oliveti, per quanto ancora acerbe, sviluppate sulla base di una ricerca di equilibrio nella tensione tra bidimensionalità e tridimensionalità, sembrano seguire le orme dei maestri della storia dell’arte. A lei l’augurio che lo stesso Burri rivolgeva agli artisti: « Per me fare una scultura o un quadro è la stessa cosa. Cosa cambia? Che metti dei piani in un senso anziché in un altro. Naturalmente bisogna saperla fare, ma se si è dei buoni pittori, se si ha il senso della forma, si può essere anche dei buoni scultori». Dall’11 novembre al 9 gennaio, Università Bocconi di Milano.

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