Modus Operandi, la seconda fase martedì 8 marzo al Set

Continua la mostra dei giovani artisti RUFA: un percorso concettuale sul tema del modulo

Martedì 8 marzo alle 18.00 il Set ospita il secondo e ultimo appuntamento della mostra “Modus Operandi”, il progetto, curato dai docenti RUFA Emiliano Coletta e Simone Cametti, che vede come protagonisti i giovani artisti dell’Accademia RUFA. I ragazzi sono stati chiamati a interpretare il tema del modulo, scelto in continuità con la mostra “The Art of the brick” che è attualmente in corso al Set. Ognuno di loro ha riletto e sintetizzato lo spunto proposto sulla base del proprio vissuto, contribuendo alla creazione di un corpus di opere d’arte contemporanea dall’alto valore concettuale. Dopo la prima fase della mostra il pubblico ha avuto modo di apprezzare l’impegno e la maturità degli studenti, che hanno dimostrato una spiccata capacità di dialogo con lo spazio e di elaborazione tecnica. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione dei docenti Maria Pina Bentivenga, Federico Landini e Davide Dormino.

Gli artisti che animano questo secondo momento espositivo sono Flora Cefalo, Ludovica Baldini, Sara Yunes, Domenica Barahona e Alì Isgandarov.
Flora Cefalo presenta una installazione ottenuta lavorando con macchie di colore riportate su pellicole trasparenti, montate successivamente su tela. La sua opera “Vibrazioni” nasce dalla volontà di entrare in contatto con la sfera dell’infanzia, il momento in cui la purezza e la creatività evadono da ogni costrizione mentale e sociale. La gestualità, trattenuta all’interno di ogni foglio lucido, si espande in vibrazioni che percorrono la superficie e si perdono nell’ambiente per poi tornare al richiamo del loro piccolo mondo.

Ludovica Baldini ha invece realizzato una “città scatola”, un agglomerato di scatole simili assemblate come se componessero una realtà urbana. La sua opera “Senza titolo” gioca sul contrasto tra frammentazione e massificazione. In un contesto di globalizzazione di massa l’uomo viene assorbito da ciò che egli stesso ha creato ma che al contempo ne provoca l’annullamento in una società modernizzata e apparentemente sviluppata. Questo lo porta a chiudersi nei suoi spazi in cerca della propria individualità, facendo della sua libertà una prigione. La “città scatola” racchiude una carcassa: l’uomo, come un relitto industriale, rappresenta la fine di un tempo, di valori, di una storia a noi conosciuta.

Sara Yunes, studentessa di origini libanesi, ha portato nella sua opera “Children of War” una drammatica testimonianza riguardante il contesto bellico che il suo Paese sta vivendo. Il suo lavoro consiste nella creazione di un dialogo tra tre diversi elementi: una registrazione audio, che concentra e rielabora i suoni dello spazio espositivo, un video con frame di guerra e un testo di una scrittrice libanese. Il tutto è sintetizzato in un’opera che interagisce con il pubblico e che lo sprona ad aprire gli occhi e l’anima verso una realtà percepita come lontana, seppure molto vicina a tutti noi.

Domenica Barahona presenta un progetto sviluppato negli ultimi tre anni, che si orienta sulla cultura e la società dell’Ecuador, suo Paese di origine, in cui esiste una fusione tra culture: quella precolombiana, quella occidentale e quella africana. Il lavoro è un’incisione di un simbolo precolombiano su un tavolo tondo di legno con un diametro di 120 cm. Il simbolo inciso proviene dalla tribù “Quitus” che era quella che si trovava nella capitale Quito, dove l’artista è nata e cresciuta: il simbolo si chiama “estrella de sol Quitus”, ed è il simbolo del sole. La scelta di tale simbolo è dettata dalla sua importanza all’interno della cultura quiteña; poiché geograficamente si sviluppa sull’equatore, punto terrestre più vicino al sole, e grazie a questo fattore geografico, queste popolazioni hanno avuto la possibilità di svilupparsi ad altitudini molto elevate. L’idea di aver traslato il simbolo dal centro del tavolo, facendolo cadere anche sulla sedia, mi è venuta pensando alla percezione dello spostamento solare dato dai moti terrestri, i quali danno l’impressione che il sole si sposti durante la giornata creando una ciclicità temporale rappresentata anche all’interno del simbolo.

Chiude il percorso espositivo Alì Isgandavor, studente di origine azera, l’unico che presenta una vera e propria performance: la scrittura continua di una texture di numeri e parole su un vetro.
L’appuntamento è martedì 8 marzo alle 18.00 al Set di via Tirso 14. Tutte le info su orari di apertura sono disponibili su: www.artofthebrick.it