Vangi, un viaggio alla scoperta dell’uomo

Il Macro di Testaccio dedica un’importante esposizione al maestro della scultura, con numerose opere di recente produzione

Giuliano Vangi, considerato uno dei più grandi scultori figurativi contemporanei, insignito del Praemium imperiale per la scultura nel 2002, torna a esporre nella capitale dopo un lungo periodo di assenza con una grande mostra. L’esposizione, curata da Gabriele Simongini, inaugura al Macro di Testaccio il 18 ottobre e presenta al pubblico una sessantina di lavori, per metà sculture e per metà disegni, che ben rappresentano la produzione dell’artista degli ultimi dieci anni. Un’ampia selezione di opere, molte delle quali monumentali, trovano il modo di svilupparsi nello spazio dei due grandi padiglioni del museo romano, più simili a installazioni contemporanee che a opere d’arte classiche. L’importanza della rassegna è rafforzata dalla presenza di una serie di sculture recenti, alcune delle quali realizzate appositamente per l’occasione. «L’idea della mostra è nata un anno e mezzo fa – spiega Simongini – Conosco l’artista da quando ero piccolo, sono andato a trovarlo a Pesaro, dove lavora, ed è stato lui a esprimere il desiderio di ritornare a Roma a esporre». Dall’incontro tra i due è nato il concept della rassegna, basato sulla necessità di mostrare come negli ultimi anni l’attenzione di Vangi si sia concentrata prevalentemente su temi di attualità, sviluppati in maniera cruda e comunicativa. Pubblico privilegiato di questa mostra sono infatti i giovani, ai quali l’artista dedica una riflessione attenta e approfondita: «Vangi può essere considerato anziano solo dal punto di vista anagrafico, ma in realtà è molto vicino ai giovani dal punto di vista creativo. Le sue sculture nascono dall’esigenza di parlare alle nuove generazioni, affrontare temi anche scomodi e provocatori, al cui centro c’è l’uomo. In particolare la violenza tra gli uomini, la sopraffazione e il rapporto tra individuo e natura».
Responsabile della progettazione dell’allestimento è Mario Botta, architetto e amico dell’artista che si ha ricostruito un percorso espositivo concettuale, suddiviso secondo gli stati d’animo a cui ha voluto dar vita lo scultore: «Sulle pareti di uno dei padiglioni sono stati usati i colori nero e argento, per rappresentare la lotta di uomini contro uomini. Sulle altre pareti invece il blu Klein e il bianco per raccontare il rapporto tra uomo e natura. Infine una parete dorata, manifesta la speranza che si può trovare nella bellezza». In occasione dell’esposizione è stato anche realizzato un documentario da Raffaele Simongini, fratello del curatore e docente di tecniche di documentazione audiovisiva all’accademia Rufa. in cui confluiscono materiali diversi raccolti negli anni sotto il titolo Ex-sistere: «Alcune registrazioni sono attuali, ma ho anche voluto inserire interviste e immagini dal repertorio di mio padre, Franco Simongini, che aveva fatto delle registrazioni per la rai. In realtà il video racconta 30 anni dell’attività di Vangi. Si alternano in modo armonico passato e presente, secondo una logica di Bergsoniana memoria».

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